La corruzione rappresenta, in Italia, una delle più rilevanti problematiche del complesso rapporto pubblico-privato poiché incide…
Bullismo e Cyberbullismo: l’educazione al rispetto come vaccino sociale

Leggi, numeri e progetti: la risposta delle istituzioni a una piaga che ferisce il futuro dei nostri giovani.
Un giovane su cinque è vittima di bullismo. Il dato, recentemente diffuso dall’ISTAT, fotografa un dramma silenzioso che coinvolge in modo trasversale tutta la società italiana. Non si tratta solo di una statistica: dietro ogni numero c’è un volto, una storia, un dolore troppo spesso ignorato. E, in alcuni casi, tragicamente sottovalutato.
La realtà ci mostra una gioventù in cui la fragilità emotiva si scontra con una cultura ancora troppo indulgente verso l’aggressività, la sopraffazione, la derisione dell’altro. Un’epoca in cui, paradossalmente, pur vivendo in una società iperconnessa, aumentano solitudine, isolamento e disumanizzazione dei rapporti. E se le parole possono ferire più dei pugni, il bullismo e il cyberbullismo diventano vere e proprie armi sociali.
Era il 2013 quando Carolina Picchio, studentessa 14enne, vittima di cyberbullismo, che la notte del 5 gennaio 2013 a Novara si suicidò perché esasperata dalle offese ricevute sui social. Poco prima del gesto estremo scrisse “Le parole fanno più male delle botte”. La sua tragica morte ha scosso l’opinione pubblica e aperto una breccia nelle coscienze, portando alla promulgazione della Legge 71/2017 (Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto al fenomeno del cyberbullismo), il primo intervento normativo volto a prevenire e contrastare il cyberbullismo. Una legge nata per proteggere i minori, educare alla responsabilità, e rafforzare il ruolo della scuola come presidio di prevenzione.
Ma il fenomeno non si è arrestato. Anzi, ha assunto forme nuove, più invasive, complici l’anonimato della rete e la diffusione incontrollata dei contenuti.
Bullismo e cyberbullismo: numeri che inquietano
L’ultima indagine ISTAT «Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri», riferita al 2023, ha coinvolto oltre 39 mila ragazzi tra gli 11 e i 19 anni. Il 68,5% ha dichiarato di essere stato vittima di almeno un comportamento offensivo, non rispettoso o violento, in presenza o online, nei 12 mesi precedenti. Il 21% ha subito bullismo in forma continuativa, e quasi l’8% almeno una volta a settimana. I numeri parlano chiaro: il bullismo è un fenomeno diffuso in ogni area del Paese, con una maggiore incidenza nel Nord-Ovest. Cambia forma a seconda del genere: i maschi sono più esposti ad aggressioni fisiche e insulti, le femmine a esclusione sociale e derisione.
Accanto al bullismo tradizionale, il cyberbullismo si insinua silenzioso ma altrettanto distruttivo. Il 90% dei giovani usa internet per almeno due ore al giorno. Il 34% ha dichiarato di essere stato vittima di prevaricazioni online almeno una volta, il 7,8% ne ha subito in modo ripetuto.
Un impianto normativo in evoluzione
Alla Legge 71/2017 si è aggiunta la Legge 70/2024 (Disposizioni e delega al Governo in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo), che estende l’ambito d’azione anche al bullismo “offline”. Una legge che punta non solo alla repressione, ma soprattutto alla prevenzione, coinvolgendo attivamente scuola, famiglie, Forze dell’Ordine e associazioni.
Le norme prevedono, infatti, l’obbligo per ogni istituto scolastico di dotarsi di un codice interno contro il bullismo; la designazione di un docente referente antibullismo; l’istituzione di tavoli permanenti di monitoraggio con rappresentanti di studenti, famiglie e esperti e la possibilità per minori vittime di cyberbullismo (o i loro genitori) di richiedere la rimozione dei contenuti offensivi entro 48 ore.
È stata inoltre introdotta una procedura di ammonimento da parte del Questore per i minori responsabili, con l’obiettivo di educarli prima che diventino recidivi o commettano reati più gravi. Nel 2025 è stato approvato il Decreto Legislativo n. 99 (Disposizioni in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo), in attuazione della Legge 70/2024, che rafforza la rete di protezione. Il provvedimento prevede in particolare: il potenziamento del servizio telefonico 114, attivo 24 ore su 24, accessibile a tutti per segnalare situazioni di bullismo e cyberbullismo; l’assistenza psicologica e legale alle vittime e ai loro familiari, oltre alla possibilità di geolocalizzare il chiamante (previo consenso), per attivare interventi immediati.
Inoltre, l’ISTAT realizzerà una specifica indagine biennale per monitorare l’evoluzione del fenomeno e individuare categorie più esposte. Non manca un richiamo alle famiglie: nei contratti con i fornitori di servizi digitali dovrà essere chiaramente richiamata la responsabilità dei genitori per i comportamenti illeciti commessi dai figli online (ex art. 2048 c.c.).
Il tema particolarmente delicato è stato approfondito in questi anni anche dall’avvocato cassazionista, Anna Livia Pennetta, legale del padre di Carolina Picchio, la quale ha scritto “Bullismo, cyberbullismo e nuove forme di devianza” (Giappichelli Editore); un’opera che analizza le diverse implicazioni del fenomeno rese ancora più pericolose dalla diffusione dei mezzi telematici.
Orbene, per bullismo si intendono l’aggressione o la molestia reiterate da parte di una singola persona o di un gruppo di persone, in danno di un minore o di un gruppo di minori, idonee a produrre sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione, attraverso atti o comportamenti vessatori, pressioni o violenze fisiche o piscologiche, istigazione al suicidio o all’autolesionismo, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni.
Il cyberbullismo consiste invece in qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché diffusione di contenuti online aventi per finalità quella di isolare la vittima mettendola in ridicolo.
Dunque, alle prepotenze fisiche e psicologiche esercitate direttamente si aggiungono oggi nuove forme di pressione che si manifestano attraverso i social media, con l’obiettivo di isolare la vittima e ledere la sua dignità. A differenza del bullismo tradizionale, che si interrompe con la fine del contatto fisico tra bullo e vittima, il cyberbullismo può colpire in qualsiasi momento e ovunque, tramite messaggi offensivi, immagini compromettenti e il consenso pubblico espresso attraverso like e condivisioni a favore degli aggressori. Il libro scritto in collaborazione con la psicologa Giuliana Ziliotto, analizza il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo definendone origini, modalità di attuazione e ruoli, soffermandosi in particolar modo sulle responsabilità civili di genitori, insegnanti e rappresentanti delle istituzioni scolastiche. Per l’autrice “I genitori devono riappropriarsi della loro funzione educativa, e devono farlo subito… Il genitore moderno diventa amico del proprio figlio, un compagno con cui condividere videogiochi o momenti di svago, ma in realtà conosce poco o nulla della sua vita privata. Diventando amico non riesce più a porre dei limiti, che servono ad indirizzare i ragazzi nella società. Gli adulti devono recuperare la responsabilità genitoriale e costruire un progetto educativo per i propri figli.” Perché è proprio da queste mancanze che nasce il bullismo. I bulli sono ragazzi che si sentono soli; trascurati dalle proprie famiglie, covano la propria rabbia nel silenzio e nel buio delle loro stanze. “È necessario che gli adulti siano pronti ad ascoltare i minorenni, tenendo a mente che loro non vogliono essere giudicati. Sono solo in cerca di consigli, anche semplici gesti potrebbero essere molto importanti. Occorre incoraggiare i ragazzi a parlare dei propri problemi, essendo disponibili all’ascolto ed evitando punizioni severe”.
Non possiamo prevedere con certezza quali sviluppi porterà la tecnologia nei prossimi anni, ma prendere coscienza del problema rappresenta senza dubbio il primo passo fondamentale per costruire un futuro migliore per le nuove generazioni. L’ONU si è posta l’obiettivo ambizioso di eliminare il bullismo entro il 2030, un traguardo che potrà essere raggiunto solo attraverso l’impegno collettivo, dove anche i gesti più piccoli possono fare la differenza.
Su tale scia, il Ministero dell’Istruzione, ha inserito l’educazione al rispetto al centro della riforma scolastica, promuovendo progetti legati all’educazione civica e alla consapevolezza digitale. Le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo richiamano il valore del rispetto come fondamento delle relazioni sociali. E i dati sembrano dare ragione all’impegno del Ministero: il 96,7% delle scuole ha avviato percorsi educativi su rispetto e gentilezza; il 70% dei docenti ha rilevato un netto miglioramento nelle relazioni tra studenti. Nel corso degli Esami di Stato, la traccia sul «Rispetto» proposta dal Ministero è stata scelta dal 40,3% degli studenti. Un segnale importante: i giovani chiedono una società più giusta, più empatica, più attenta.
L’educazione al rispetto non è un esercizio morale. È la base di una convivenza civile. In questo contesto, il Ministro Valditara ha recentemente annunciato la volontà di ripristinare la denominazione “esame di maturità” al posto dell’attuale “esame di Stato”. Un gesto simbolico ma potente: perché essere maturi significa anche essere responsabili, solidali, consapevoli del valore della vita propria e altrui.
Fermare il bullismo non è compito della sola scuola. È una responsabilità collettiva, che chiama in causa famiglie, istituzioni, media, aziende tech, singoli cittadini. È un dovere morale e civile sostenere chi denuncia, chi ha il coraggio di spezzare il silenzio, di non rassegnarsi. Non ci possono essere “attenuanti” per la violenza. Non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo dall’altra parte. Educare all’empatia, ascoltare, intervenire: queste sono le vere armi per fermare la violenza e promuovere una cultura della gentilezza. Perché solo riconoscendo il valore dell’altro possiamo davvero vivere in una società degna di questo nome.
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