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EU Score, la sfida della sovranità digitale europea: intervista a Paolo Errico tra trasparenza, filiere e controllo dei dati

Nel dibattito economico e industriale europeo, la tecnologia non è più soltanto una leva di innovazione o di efficienza. È diventata, sempre più chiaramente, un fattore di potere, competitività e autonomia strategica. La capacità di un’impresa, di una filiera o di un intero continente di controllare infrastrutture, dati, capitale e catene di fornitura digitali incide oggi non solo sulla produttività, ma anche sulla tenuta industriale e sulla possibilità di trattenere valore economico all’interno dei propri confini.
È in questo quadro che si inserisce il tema della sovranità digitale, spesso evocato nel discorso pubblico ma non sempre tradotto in criteri operativi concreti. Da una parte cresce la consapevolezza della dipendenza europea da piattaforme, infrastrutture e servizi sviluppati o controllati fuori dall’Unione; dall’altra, emerge la necessità di strumenti capaci di distinguere in modo oggettivo ciò che è realmente europeo da ciò che si limita a presentarsi come tale. In questo scenario si colloca EU Score, definito come il primo framework europeo indipendente pensato per misurare in modo oggettivo l’impatto reale delle soluzioni tecnologiche sull’economia dell’Unione Europea, sulla base di criteri oggettivi e pubblicamente disponibili.

Per approfondire questi temi abbiamo raccolto le riflessioni di Paolo Errico, fondatore di 4DEM, azienda SaaS nata in Italia nel 2014 e con sede a Torino, impegnata nello sviluppo di soluzioni digitali per aiutare imprese di ogni dimensione a comunicare in modo più efficace in un ecosistema in continua trasformazione. Nel 2023, 4DEM è entrata nel gruppo europeo Positive, realtà specializzata in soluzioni martech per le PMI, presente in Europa con oltre 45.000 clienti, più di 450 dipendenti, oltre 70 milioni di euro di ricavi ricorrenti annui e dati ospitati in Francia e Germania. Un percorso che offre un osservatorio interessante per ragionare, senza toni promozionali ma con una prospettiva concreta di mercato, su quanto contino oggi trasparenza, giurisdizione dei dati e coerenza industriale delle filiere tecnologiche.
Di seguito l’intervista:
D- EU Score introduce un criterio di valutazione che punta a misurare l’impatto reale delle tecnologie sull’economia dell’Unione Europea: perché, a suo avviso, questo tema emerge con forza proprio adesso?
Il tema emerge oggi perché il contesto geopolitico ha reso evidente un problema strutturale che per anni è stato sottovalutato: l’Europa utilizza tecnologia, ma ne controlla una quota limitata. La dipendenza da infrastrutture e piattaforme esterne, in particolare statunitensi, non è nuova, ma oggi ha implicazioni economiche e strategiche molto più visibili.
EU Score nasce in questo contesto per colmare un vuoto operativo: oggi le imprese non hanno strumenti per valutare l’impatto economico delle loro scelte tecnologiche. L’obiettivo è introdurre una metrica concreta che renda questo impatto misurabile e quindi integrabile nei processi decisionali.
D- Nel settore tech si parla sempre più spesso di sovranità digitale: quanto c’è di concreto e quanto, invece, di semplice narrazione?
C’è sicuramente una componente concreta, ma anche molta narrazione. Il fatto che l’84% dei decisori consideri la sovranità un criterio critico dimostra che il tema è reale. Tuttavia, spesso non si traduce in scelte operative.
Manca ancora uno strumento che renda questa priorità misurabile e integrabile nei processi decisionali. Senza questo passaggio, il rischio è che resti un concetto più dichiarato che applicato.
D- Il tema del cosiddetto “sovereignty washing” segnala una distanza tra immagine dichiarata e struttura reale delle soluzioni digitali: quanto è diffuso oggi questo fenomeno nel mercato europeo?
È un fenomeno sempre più diffuso. Molte soluzioni si presentano come “europee”, ma se si analizzano elementi strutturali come capitale, infrastruttura o supply chain, emerge una realtà diversa.
Questo genera confusione nel mercato e rende difficile per le imprese capire l’impatto reale delle proprie scelte tecnologiche. Da qui la necessità di strumenti oggettivi e comparabili.
D- Quali sono gli elementi che, secondo lei, permettono davvero di distinguere una soluzione tecnologica europea da una che si limita a presentarsi come tale?
Gli elementi chiave sono concreti e misurabili: la localizzazione dei dipendenti, la provenienza del capitale, la catena dei fornitori, l’hosting e la giurisdizione dei dati.
EU Score si basa proprio su questi criteri. Non è una questione di branding, ma di struttura industriale reale.
Criticità
D- Il dato secondo cui solo il 31,9% dei fornitori delle startup digitali europee ha sede nell’UE che cosa racconta, in termini industriali, sullo stato di salute dell’ecosistema europeo?
È probabilmente il dato più significativo. Indica che, pur avendo talenti in Europa – l’87,6% dei dipendenti è nell’UE – la filiera tecnologica è ancora fortemente esternalizzata. Questo significa che il valore economico generato non resta pienamente in Europa. È un segnale di debolezza strutturale, più che di mancanza di competenze.
D- Una quota significativa dei dati europei resta soggetta a legislazioni extra-UE, come il Cloud Act statunitense: perché questo nodo continua a essere così rilevante?
Perché riguarda il controllo effettivo dei dati. Se circa l’80% dei dati critici europei è soggetto a normative extra-UE, significa che il tema della sovranità non è solo teorico, ma operativo. La giurisdizione determina chi può accedere ai dati e in quali condizioni. È quindi un elemento centrale per imprese e istituzioni.
D- Quanto siamo oggi, in Europa, realmente dipendenti da tecnologie, piattaforme e infrastrutture sviluppate o controllate fuori dall’Unione?
I dati sono chiari: oltre l’80% delle infrastrutture e dei servizi digitali europei dipende da paesi terzi. Questo livello di dipendenza è elevato e riguarda non solo il cloud, ma l’intero stack tecnologico.
D- Il mercato digitale è abbastanza trasparente da consentire a imprese e clienti di capire davvero chi controlla i servizi che utilizzano, oppure permane una forte zona grigia?
Permane una forte zona grigia. La complessità delle catene tecnologiche rende difficile comprendere chi controlla realmente un servizio. È proprio questa opacità che EU Score cerca di ridurre, introducendo trasparenza e comparabilità.
D- Quando si parla di dati, cloud e strumenti digitali, chi esercita davvero il controllo: chi acquista la tecnologia, chi la sviluppa o chi detiene l’infrastruttura e la giurisdizione?
Il controllo reale è esercitato da chi detiene l’infrastruttura e la giurisdizione. L’acquirente utilizza il servizio, lo sviluppatore lo costruisce, ma è l’infrastruttura – e il quadro normativo che la regola – a determinare il controllo effettivo.
Impatto concreto
D- La giurisdizione sui dati e la dipendenza infrastrutturale sono temi ancora percepiti come tecnici: quando diventeranno, secondo lei, una vera questione strategica per il management delle imprese?
Stanno già diventando una questione strategica. Il fatto che la maggioranza dei decision maker li consideri rilevanti lo dimostra. Il passaggio decisivo sarà quando questi criteri entreranno sistematicamente nei processi di procurement.
D- Un sistema di valutazione come EU Score può incidere concretamente sulle scelte di procurement, oppure il mercato continuerà a privilegiare prezzo, abitudine e forza commerciale dei grandi player?
Nel breve periodo, prezzo e abitudine continueranno a pesare. Tuttavia, EU Score introduce una nuova variabile: la misurazione dell’impatto. Nel tempo, questo può influenzare le scelte, soprattutto se integrato in policy aziendali o pubbliche.
D- Che impatto può avere questo tipo di approccio sulle startup, sulle scaleup e più in generale sulle imprese italiane che operano nel digitale?
Può avere un impatto significativo, perché introduce nuovi criteri competitivi. Le aziende europee che costruiscono filiere coerenti con il territorio possono essere valorizzate, mentre quelle che non lo fanno saranno più facilmente comparabili e quindi valutabili.
D- Al di là degli addetti ai lavori, che cosa cambia concretamente per aziende e cittadini quando un mercato tecnologico è davvero più trasparente e meno dipendente da soggetti esterni all’Europa?
Cambia la capacità di scelta. Un mercato più trasparente consente decisioni più informate e riduce il rischio di dipendenze inconsapevoli. Nel lungo periodo, significa anche maggiore resilienza economica e industriale.
Scenari futuri
D- Guardando ai prossimi anni, qual è il rischio maggiore per l’Europa se il tema dell’indipendenza tecnologica resterà più uno slogan che un criterio operativo nelle scelte di mercato?
Il rischio è la perdita progressiva di controllo sul proprio sistema economico digitale. Se la sovranità resta solo narrativa, l’Europa continuerà a generare valore che viene però catturato altrove.
D- Se l’Europa non riuscirà a costruire alternative credibili e competitive nei settori tecnologici chiave, quali conseguenze rischia di pagare sul piano economico, industriale e strategico?
Le conseguenze sarebbero rilevanti: dipendenza strutturale, minore competitività e ridotta capacità di indirizzare le proprie politiche industriali. Per questo è fondamentale passare da una logica di consapevolezza a una logica di azione, in cui strumenti come EU Score possano contribuire a orientare il mercato.
Dalle risposte di Paolo Errico emerge con chiarezza un punto: la partita della sovranità digitale non si gioca più sul terreno delle dichiarazioni di principio, ma su quello delle metriche, della trasparenza e delle scelte industriali concrete. L’Europa, e con essa l’Italia, si trova davanti a un passaggio decisivo: continuare a essere un grande mercato di consumo tecnologico oppure diventare un ecosistema capace di trattenere valore, competenze e controllo strategico.
In questo senso, il vero nodo non è soltanto capire quanta tecnologia venga usata nel continente, ma quanta di quella tecnologia sia davvero radicata in filiere europee, soggetta a giurisdizioni europee e in grado di rafforzare il tessuto economico dell’Unione. La trasparenza del mercato digitale, la leggibilità delle catene di fornitura e la possibilità di misurare l’impatto economico delle scelte tecnologiche appaiono sempre più come condizioni necessarie per evitare che la dipendenza diventi strutturale e irreversibile.
Il tema, dunque, non riguarda solo addetti ai lavori, CIO (Chief Information Officer) o responsabili acquisti. Riguarda la qualità della crescita europea, la capacità competitiva delle imprese e, in ultima analisi, la tenuta industriale del continente in un’epoca in cui infrastrutture, dati e piattaforme sono diventati asset strategici al pari dell’energia, della manifattura e della finanza.
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