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DELLA TERRA DI ENOTRIA

DELLA TERRA DI ENOTRIA
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Itinerario risalente verso una civiltà antica di singolare modernità.

di Giancarlo Guercio

 La dimensione umana in cui siamo collocati, la ‘forma’ di esistenza in cui viviamo, le leggi che regolano il nostro modus vivendi non sono aspetti assunti casualmente da un popolo, ma rappresentano la sintesi di un processo complesso che si innerva lungo i rivoli del tempo e dello spazio. Ragionare sui fenomeni di una civiltà è difatti un compito arduo, che richiede la disamina e l’attenta analisi di molteplici elementi tutti di natura particolarmente complessa: questa sede intende proporne alcuni.

Partiamo da una domanda apicale e gravosa. Cos’è la Civiltà? La Treccani definisce questo termine come una “forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale di un popolo (o di più popoli in relazione tra loro), sia in tutta la durata della sua esistenza sia in un particolare periodo della sua evoluzione storica”. Civiltà è anche sinonimo di cultura, ossia di elementi comuni in cui il popolo si riconosce, e segno di evoluzione e di correttezza, dal punto di vista etico-morale[1].

Di fatto, la civiltà è un imponente e raffinato edificio che sa assommare norme e comportamenti, scaturite dalla propositiva osservazione di chi, sapendo cogliere il meglio da ogni manifestazione umana (materiale, sociale e spirituale), ha opportunamente inserito quel tratto di evoluzione all’interno dell’edificio, in modo inclusivo, ai fini della sua fortificazione. Ma torno al concetto di ‘sintesi’.

Immaginiamo di essere su un’altura e di ammirare un possente costone di roccia sormontato da terreno e da qualche albero solitario. Spesso ci capita di soffermarci sulla ostinazione della natura che fa crescere, ad esempio un pino, sulla punta di una sporgenza rocciosa protesa nel vuoto, verso il mare. Ci stupiamo della precarietà delle condizioni e di quel vegetale che, nonostante tutto, è lì a ricordarci la tenacia e la caparbietà della vita. Quell’albero ha trovato condizioni favorevoli per svilupparsi e se osserviamo il quadro nel suo insieme vediamo l’albero, la terra in cui sono immerse le sue radici ma anche l’imponente costone sottostante che si presenta a striature, variegato nelle forme e nei colori.

La civiltà è come quel quadro di insieme, dove la vita umana è l’ultima sintesi di un processo complesso, lungo e articolato che parte dal primo strato di roccia a noi ormai invisibile; e se la vita in forma d’albero ci ha affascinati per la sua forza, è nostro compito non limitarci allo stupore di quel fenomeno ma, scientemente, chiederci quali sono i motivi che rendono possibile la presenza di quel dato.

Noi siamo figli di una civiltà che è assai antica e che poggia i suoi piedi su basi davvero solide e le forme della nostra vita conservano, secondo un meccanismo di orogenesi esistenziale, gli esiti dei processi attuati dalle popolazioni che ci hanno preceduti, in modo risalente fino agli albori dei tempi. Nell’arco della storia, un momento di slancio si è avuto proprio con la presenza, anche nei nostri territori, dei greci, un popolo che aveva raggiunto un livello di civiltà e di cultura che per certi versi resta insuperato. In tutta l’Italia Meridionale si trovano disseminate le tracce della civiltà magnogreca e noi abbiamo il privilegio, quantomeno, di leggerne le importanti tracce: da Paestum a Siracusa passando per Metaponto o Sibari, la nostra cultura è ancora fortemente impregnata dei tratti di quelle civiltà, semmai oggi occultate in sembianze diverse ma, per semantica, direttamente correlate con gli epifenomeni di quel mondo, in fondo non così tanto lontano da noi.

È importante chiarire che l’accezione di “Magna Grecia” è già di suo molto vasta e ricca, e richiede alcune precisazioni fondamentali. La crescita e l’espansione dei greci conobbe varie fasi. Una prima ondata significativa si ebbe già durante l’età del ferro, intorno al XV-XII sec. a.C.[2]. A questa prima ondata appartiene la presenza in un territorio abbastanza vasto delle regioni meridionali della popolazione Enotria, proveniente dal cuore del Peloponneso e presente in alcune aree già a partire dal 1.200 a.C.[3].

 

 

Grazie alla presenza di reperti e ai rinvenimenti derivati dalle attività archeologiche conosciamo soprattutto la seconda ondata di greci che si insediarono tra l’VIII e il V sec. a.C. nei territori dell’Italia meridionale, come i Focei, i Lucani o i Silani, per citarne alcuni. Città ben visibili come Elea (oggi Ascea) o Naxos (nei pressi di Taormina) o Akragas (Agrigento), che ebbero un notevole sviluppo in questa fase, attestano l’importante presenza dei greci in questa parte della Penisola italiana e il significativo contributo che hanno dato allo sviluppo di importanti civiltà. Si pensi ad esempio alla filosofia ateniese che cominciò a definire i suoi dettami con Socrate e Platone che si ispirarono a Talete e alla “Scuola di Mileto” e alla “Scuola Eleatica” con le fondamentali conclusioni di pensatori come Parmenide e Zenone che nella raffinata Elea vissero[4].

Faccio un passo indietro per tornare agli Enotri e ad alcuni tratti distintivi di questo popolo, utili per comprendere alcuni fenomeni culturali, economici e sociali che permangono fino alla nostra epoca. Come spesso avviene parlando del mondo greco, i dati storici si confondono col mito e non è facile stabilire il confine tra realtà e invenzione. Ciò che sappiamo è che già dal XV sec. a.C. gli Enotri, solcando le acque dell’Adriatico, raggiunsero un territorio di vaste dimensione che va dalla Puglia e dalla Basilicata fino al Cilento e alla Calabria. La leggenda narra che Enotrio, figlio di Licaone, sovrano dell’Arcadia (la regione greca in cui vivevano), stanco delle continue guerre che attanagliavano il Peloponneso, volle trasferirsi in quella che proprio grazie ad un re Enotrio, Italo (che si stanziò nelle terre calabre), prese il nome di Italia.

La loro presenza attesta un primo, significativo momento di evoluzione della civiltà. Grazie alle condizioni particolarmente favorevoli di alcuni luoghi costieri e interni del mezzogiorno d’Italia, gli Enotri promossero un’azione di sviluppo che non aveva avuto precedenti e gettarono le basi per quel progresso che si attestò durante la seconda ondata greca e che completò l’ampio panorama della civiltà magnogreca. Chi erano dunque gli Enotri?

La loro provenienza (l’Arcadia) informa subito sulla tipologia di attività svolta da questa popolazione, innanzitutto dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Molti storici greci attestano le loro abilità nel regimentare le fertili terre per ricavarne prodotti di qualità, come olio, vino o derivati dall’attività agricola. Lo stesso Polibio definisce gli Enotri un popolo in possesso di “ogni virtù, per onestà, per costumi , benignità della natura, ospitalità verso tutti e diverso dagli altri greci per colpe e crudeltà; notevole per religioso rispetto verso gli dei”[5].

Presenze Enotrie sono attestate anche nella vasta area provinciale del salernitano, in particolare nel Cilento, nel Vallo di Diano e nelle aree interne del Golfo di Policastro. Una particolarità di questo popolo era la costituzione di piccole città-stato collegate tra loro, secondo un principio oligarchico che tuttavia promuoveva l’autonomia e l’indipendenza dei vari nuclei territoriali. Un ordinamento interessante che spingeva verso l’adozione di azioni di autosussistenza, tuttavia in intrinseca relazione con altre città che perseguivano gli stessi principi. Questo modello politico, economico e sociale attestò la crescita della popolazione che attraverso la regimentazione dei territori creò le più favorevoli condizioni di vita per chi li abitava. Le città raggiunsero un momento florido e ricco, agevolate dalle relazioni pacifiche con altre città tutte inserite all’interno di un unico sistema di governance e di sviluppo. In quella fase tutte le regioni del Mediterraneo conobbero i pregevoli prodotti che partivano dalle terre di Enotria: gli oli derivanti dalle straordinarie proprietà organolettiche degli ulivi, i vini frutto dei prosperosi vigneti, i formaggi, i cereali, le erbe aromatiche che da quel momento furono usate anche per usi medicamentosi e gettarono le basi per la medicina.

È attestato che alcune città come la antica Cosilinum, oggi Sala Consilina, avesse conosciuto un suo importante sviluppo proprio durante il periodo Enotrio, o altre città come l’antica Pruno (poi Roscigno) o quelle sorte lungo l’alveo del fiume Lao che sfocia nell’alta Calabria. È facile supporre che altre città come Fistelia (forse l’attuale Roccagloriosa) tra il VII e il IV sec. a. C. abbiano conosciuto un momento di straordinario splendore. Si pensi che la Città-Stato batteva moneta propria, aveva imponenti mura di cinta e tramite il Golfo di Policastro commerciava con altre regioni i suoi ricchi prodotti agricoli che reperiva nelle altre città ‘greche’ delle aree interne; e inoltre si parlava ricorrentemente in greco e in osco, si celebravano divinità importanti e forti erano i culti legati alla natura e alle fasi della vita.  Un patrimonio inestimabile e forse inimmaginabile, certamente a noi oggi sconosciuto.

 

Tutto questo mondo, fatto di raffinato sapere, rappresenta uno dei blocchi più importanti di quello sperone di roccia a cui facevo riferimento all’inizio di questo scritto. Sarebbe interessante e anche utile approfondire sulle forme e sulle modalità esistenziali e umane di quel popolo anche per riconsiderare alcuni stilemi di sviluppo del tutto applicabili ai modi e alle forme della società odierna: in fondo gli Enotri sono stati tra i primi a sviluppare e adottare i criteri di una economia “glocal”, ossia quel sistema socio-economico in grado di coniugare le opportunità della globalizzazione tenendo ferme le prerogative degli specifici luoghi[6]. C’è da chiedersi ancora perché gli Enotri avessero scelto proprio questi luoghi per promuovere le loro dimensioni esistenziali e per disegnare il proprio futuro; la sola ricerca della risposta probabilmente ci aiuterebbe a considerare adeguatamente un patrimonio esistente oggi poco valorizzato.

Ciò che colpisce è che gli Enotri seppero riconoscere la ricchezza del patrimonio naturalistico e ambientale del Sud Italia, la purezza delle risorse idriche, la floridezza della natura, le condizioni ottimali per lo sviluppo di flora e fauna; luoghi in cui ritrovarono il senso da loro già ampiamente maturato della Bellezza, certamente favorito dalla particolarità dei declivi e dalle forme delle montagne, dalle manifestazioni della natura, dai panorami e dai paesaggi offerti con generosità dalla natura. In questi luoghi, gli Enotri applicarono il loro sapere, acquisito nella patria Arcadia, giocando un ruolo fondamentale nell’incremento di una civiltà importante i cui esiti, ancora oggi, sono riconosciuti in tutto il mondo.

 

 

 

[1] Per un’ampia riflessione sulle civiltà del passato, sull’importanza della storia e dell’educazione si rimanda al corposo manuale di L. T. Khoi,  Educazione e civiltà. Le società di ieri, a cura di G. Aleandri, Armando Editore, Roma, 1999.

[2] Per una accurata analisi dei popoli preromani e preellenici si suggerisce la consultazione degli Atti del XXXIX Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto dall’1 al 5 ottobre 1999 dal titolo Magna Grecia e oriente mediterraneo prima dell’età ellenistica, atti pubblicati con omonimo titolo, da autori vari, dall’Istituto per la storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 2000.

[3] Di complessa ricostruzione, la presenza degli Enotri nei vari territori dell’Italia meridionale è oggetto di numerosi studi e ricerche. Tra quelli più accreditati si segnala: F. Mollo, G. F. La Torre, Il Golfo di Policastro tra Enotri e Lucani: insediamenti, assetto istituzionale, cultura materiale. Atti del convegno, Tortona, 25-26 giugno 2016, edito da Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018.

[4] Per un interessante excursus filosofico si consideri J. Hersh, Storia della filosofia come stupore, trad. di A. Bramati, Mondadori, Milano, 2002.

[5] Cfr. Polibio, Storie, Vol.I, a cura di D. Musti, Biblioteca Universitaria Rizzoli, Torino, 2012.

[6] Per un approfondimento sui sistemi economici che tengano conto della visione globale e delle peculiarità locali si veda La città nell’economia della conoscenza, a cura di R. Cappellin, F. Ferlaino e P. Rizzi, Franco Angeli, Milano, 2012. Lo studio affronta varie questioni economiche e sociali evidenziando la necessità di promuovere azioni commisurate alle capacità territoriali: “[…] L’idea principale è che i percorsi verso l’innovazione e la modernizzazione sono differenziati tra le regioni in base alle specificità locali e pertanto qualsiasi modello portatore di un’unica strategia globale rischia di essere inadeguato a fornire gli stimoli giusti e gli incentivi nei diversi ambiti territoriali. […] In questo contesto diventa importante la nozione di “creatività” che appare spesso l’atout su cui poggiare lo sviluppo di alcune regioni. Vi sono infatti regioni in cui l’innovazione passa attraverso la combinazione del “pensiero creativo” presente nel milieu locale che si combina con le conoscenze di base cumulate nelle altre regioni per co-inventare processi produttivi in settori tradizionali o in attività fortemente radicate” (p. 10)

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