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La fake news è solamente «titolistica» di forte impatto

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Fake News

Con la locuzione inglese “fake news” (letteralmente “notizie false”) indichiamo una notizia non corrispondente alla verità divulgata tramite internet, i media o le tecnologie digitali di comunicazione.

I tratti principali che contraddistinguono le fake news sono ragionevolezza e sensazionalità.

La ragionevolezza è una caratteristica solo apparente perché in realtà si fonda sul pregiudizio che è sempre presente, sia pur in forma latente, nell’opinione pubblica. Secondo il Psychology Today: “La paura alimenta voci infondate. Più l’ansia diventa collettiva, più aumenta la probabilità di voci incontrollate”.

La sensazionalità, invece, spinge alla condivisione della notizia sul web senza preoccuparsi di verificare l’attendibilità delle fonti. Si esprime principalmente attraverso l’utilizzo di una titolistica di forte impatto.

Il fenomeno del clickbaiting”, ovvero la competizione per l’accaparramento dei click, ha amplificato considerevolmente il problema della diffusione delle notizie false.

Il neologismo “fake news” è stato coniato nel 2016 e si è diffuso nel gergo giornalistico in modo molto rapido grazie a Donald Trump che le adoperò, in modo smodato, durante la campagna elettorale per le presidenziali che lo videro trionfare contro Hillary Clinton. Esistono vari generi di fake-news. Possono essere infatti false oppure manipolate, altre ancora possono essere impostate per nuocere a qualcuno.

La disinformazione, in generale, esercita un certo fascino tra chi naviga in rete e che di fatto condividono le fake news facendole diventare virali. I motivi per cui divulgare una fake news sono i più disparati; ci sono innanzitutto motivi economici, perché i guadagni generati da un sito che riceve molti click sono molto elevati e dunque appetibili. Altre volte, invece, la scelta di manipolare il consenso dell’opinione pubblica nasce dalla necessità di sostenere gli interessi politici e sociali del proprio gruppo di appartenenza al fine di ottenere vantaggi, per sé stessi e per gli altri componenti del gruppo.

Le fake news sono un fenomeno tutt’altro che recenti basti pensare, per esempio, alle teorie complottistiche sorte intorno sull’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, oppure alle celebri tesi negazioniste sull’Olocausto. I social hanno semplicemente contribuito a rendere più preoccupante il fenomeno.

Secondo James Ball, autore del libro “Post-Truth: How Bullshit Conquered the World” ed esperto di disinformazione online, la strategia migliore per cercare di contrastare la diffusione della “fake” è bloccarla sul nascere, insegnando a tutti il linguaggio dei media e segnalando fin dal titolo che si tratta di una notizia falsa.

Secondo la rivista americana “Science” le fake news si diffondono soprattutto attraverso i social network che riescono a raggiungere una platea sconfinata di soggetti. Il fenomeno rende ciascun utente produttore di contenuti e allarga il fenomeno della disinformazione a dismisura. Ecco perché verificare l’attendibilità delle fonti è diventato sempre più importante, visto che l’era digitale è fortemente caratterizzata dalla costante esposizione a notizie di scarsa attendibilità.

Qualche mese fa anche Papa Francesco ha espresso la propria opinione in merito e ha ribadito la necessità di ricercare sempre la verità. Secondo Papa Francesco “le fake news vanno contrastate, ma sempre vanno rispettate le persone, che spesso senza piena avvertenza e responsabilità vi aderiscono”; “non possiamo nasconderci che in questo tempo, oltre alla pandemia, si diffonde l’infodemia, cioè la deformazione della realtà basata sulla paura”.

A tal proposito vale la pena ricordare che la libertà d’espressione può diventare fattore rilevante per la diffusione di notizie false. Questa libertà è riconosciuta e tutelata a livello europeo dalla Convenzione dei diritti dell’uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La Costituzione Italiana riconosce “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, e “vieta di assoggettare la stampa ad autorizzazioni o censure” ed anche a “pubblicazioni e spettacoli contrari al buon costume”.

Ricordiamo anche che l’articolo 21 della Carta Costituzionale previene i casi di violazione delle norme e in virtù di tali disposizioni l’autorità giudiziaria può adottare provvedimenti adeguati a prevenire o reprimere le violazioni.  Le notizie false solitamente non sono diffuse dai giornalisti professionisti che sono tenuti a rispettare rigorosamente il codice deontologico. La pandemia da Covid-19, infatti, ha contribuito considerevolmente alla diffusione di false notizie, o comunque non del tutto esatte, generando non poche difficoltà nella gestione della crisi sanitaria, come pure stanno creando problemi nella gestione del conflitto in Ucraina.

Sin dal principio della guerra, infatti, la diffusione di fake news ha rischiato di indurre i lettori a trarre delle considerazioni erronee sul conflitto. A rendere più complessa la gestione dell’informazione di guerra si aggiungono gli influencer in cerca di notorietà. Questi, per aumentare le interazioni con i propri follower diffondono narrazioni false per favorire gli interessi della propria lobby. Per tutte queste ragioni è profondamente vero quando si è soliti dire che “la verità è sempre la prima vittima di ogni guerra”. La Bbc, per esempio, grazie ad un’azione di factchecking ha recentemente smontato una delle principali fake news costruite sui social per sminuire il conflitto tra Russia e Ucraina.  Sono state recuperati i video e le foto originali che i negazionisti della guerra adoperavano per spiegare perché il conflitto non sarebbe altro che una bugia, costruita ad arte dai media occidentali per amplificarne le conseguenze e gli effetti. Il video diventato virale mostra un gruppo di giovani ucraini che si imbrattano il viso e gli abiti con del sangue finto, con l’intenzione di ingigantire la potenza distruttiva degli attacchi russi. In realtà è stato dimostrato che quelle immagini appartengono al backstage di una serie televisiva ucraina, “Contamin”, girata nel 2020.

Un altro video ritrae un giornalista che parla davanti a dei sacchi per cadaveri: dopo qualche secondo uno dei sacchi inizia a muoversi e un uomo visibilmente vivo viene ripreso da un operatore. Il video però non riguarda la guerra in Ucraina ma una protesta ambientalista svoltasi a Vienna negli scorsi mesi dagli attivisti di “Friday’s for Future”, strumentalizzata dai no-vax per mettere in dubbio l’esistenza del Covid e delle migliaia di morti da esso provocate.

Anche Meta, la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp ha creato, di recente, un centro operativo – vi lavorano madrelingua ucraini e russi- il cui scopo è quello di monitorare i contenuti condivisi dagli utenti rispondendo, il più rapidamente possibile, ad eventuali problemi. L’EDMO (European digital media observatory) è la massima autorità europea in questo campo e, di recente, ha organizzato una task force per monitorare e raccogliere i dati necessari a capire l’andamento della disinformazione nell’ambito del conflitto ucraino. Tra i vari compiti assegnati agli esperti della task force c’è l’analisi dei dataset che sono alla base delle campagne di disinformazione. Il materiale raccolto sarà analizzato dalla Commissione europea allo scopo di capire e analizzare il fenomeno della disinformazione, ma anche per comprendere le decisioni politiche che sono alla base della crisi ucraina.

Roberta Fameli
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